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Se dovessi riassumere il mercato delle scommesse ippiche italiane in un’immagine, sceglierei quella di un palazzo che perde un piano ogni due anni. La raccolta complessiva delle scommesse ippiche nel 2025 ha superato i 523 milioni di euro – sembra una cifra rispettabile, finché non la confronti con i 3 miliardi del 2004. In vent’anni, il mercato ha perso il 78% del suo valore. Non è un declino: è un crollo strutturale che ha ridisegnato l’intero ecosistema dell’ippica italiana, dalle scuderie agli ippodromi, dagli allevamenti ai montepremi.
I numeri della raccolta: da 3 miliardi a 523 milioni
I numeri raccontano la storia meglio di qualsiasi analisi qualitativa. Nel 2004, la raccolta delle scommesse ippiche in Italia raggiungeva i 3 miliardi di euro. L’ippica era il secondo sport per volume di scommesse dopo il calcio, con una rete capillare di agenzie, ippodromi frequentati e un sistema del totalizzatore che generava montepremi importanti.
Nel 2024, la raccolta è scesa a 649 milioni di euro – in calo anche rispetto ai 668 milioni del 2023. Nel 2025, la raccolta ha superato i 523 milioni nei primi mesi, con un margine lordo (GGR) di 70,6 milioni, in ulteriore calo del 4,19% rispetto all’anno precedente. Sono numeri che disegnano una curva discendente ininterrotta, con brevi momenti di stabilizzazione ma nessuna vera inversione di tendenza.
Le cause del crollo sono molteplici e intrecciate. L’espansione del gioco online ha spostato i volumi verso prodotti con frequenza più alta – slot, casinò, scommesse sportive multiple – dove l’ippica non può competere in termini di immediatezza. La liberalizzazione del mercato ha frammentato l’offerta senza aumentare la domanda. La concorrenza del calcio, con la sua copertura mediatica totale, ha marginalizzato l’ippica nel panorama delle scommesse sportive.
C’è un dato che mette il crollo in prospettiva ulteriore: la raccolta complessiva del gioco d’azzardo in Italia nel 2024 ha raggiunto 157,4 miliardi di euro, il 7,2% del PIL. L’ippica rappresenta meno dello 0,4% di quel totale. Non è più un protagonista del mercato – è un comprimario che rischia di diventare una comparsa.
La crisi della filiera ippica: chi paga il conto
Giorgio Sandi, presidente di Ippica Nuova, lo ha detto senza mezzi termini: l’ippica italiana senza proventi è destinata a sparire. Non è allarmismo – è aritmetica.
La filiera ippica – allevamenti, scuderie, ippodromi, veterinari, fantini, driver – si finanzia storicamente attraverso una quota dei proventi delle scommesse. Nel 2025, questa quota è stata di 10,3 milioni di euro: 11,6 milioni in meno rispetto al 2024. La causa principale è la riforma delle aliquote che ha ridotto il prelievo sulla quota fissa dal 5,27% al 2,05%, tagliando drasticamente il flusso di risorse verso la filiera.
Il paradosso è illuminante. La quota fissa nei primi sei mesi del 2025 ha generato 244,4 milioni di raccolta, ma la filiera ha ricevuto appena il 2% – 4,9 milioni. Il totalizzatore, con i suoi 32,8 milioni di raccolta, ha destinato alla filiera il 13% – 4,3 milioni. Un canale che raccoglie un settimo dell’altro restituisce alla filiera quasi lo stesso importo in valore assoluto.
Nel frattempo, il margine dei concessionari – i bookmaker – è cresciuto del 35%, passando da 40,9 milioni nel 2024 a 55,2 milioni nel 2025. La redistribuzione delle risorse è andata a beneficio degli operatori commerciali, non dell’ecosistema sportivo che genera il prodotto su cui si scommette. È come se i diritti TV del calcio andassero tutti alle emittenti e nulla alle squadre.
Le conseguenze sul terreno sono concrete: montepremi in calo, che rendono le corse meno attraenti per proprietari e allevatori; ippodromi che faticano a coprire i costi di manutenzione; programmi di allevamento ridimensionati. Un circolo vizioso dove meno risorse producono corse meno competitive, che attraggono meno scommettitori, che generano meno risorse. La riforma delle aliquote 2025 avrebbe dovuto spezzare questo circolo – finora non ci è riuscita.
Prospettive di ripresa e nuove proposte
Sarebbe disonesto chiudere con un quadro esclusivamente negativo. Il mercato ippico italiano è in crisi, ma ci sono segnali che indicano una consapevolezza crescente e alcune proposte concrete di rilancio.
Il sottosegretario La Pietra, con delega all’ippica, ha dichiarato l’ingresso nella fase attuativa del percorso di riforma dell’ippica. È una promessa che va monitorata, ma che segnala almeno l’intenzione politica di intervenire. Le proposte in discussione includono nuovi prodotti di scommessa specifici per l’ippica, una revisione della distribuzione dei proventi tra concessionari e filiera, e incentivi per il rilancio degli ippodromi come centri di intrattenimento.
Il GGR – margine lordo – delle scommesse ippiche nel 2025, pur in calo del 4,19%, si attesta a 70,6 milioni di euro. Non è una cifra irrilevante, e dimostra che il mercato genera ancora valore. La questione è come distribuirlo: se la maggior parte continua a restare nelle casse dei concessionari, la filiera continuerà a deperire.
Una prospettiva che mi sembra realistica, più che ottimistica, è quella di una stabilizzazione a un livello inferiore. L’ippica italiana non tornerà ai 3 miliardi del 2004 – quel mondo è finito. Ma può trovare un equilibrio sostenibile se riesce a costruire un modello dove le scommesse finanziano adeguatamente lo sport, i concessionari hanno un margine ragionevole, e lo scommettitore trova un prodotto di qualità su cui vale la pena investire il proprio tempo e il proprio denaro.
Elio Pautasso, presidente di Federippodromi, ha riconosciuto che la riduzione della tassazione, anche se non ha ancora prodotto i risultati sperati, rappresenta un primo passo per il rilancio delle scommesse ippiche. È una lettura pragmatica: la riforma da sola non basta, ma ha creato le condizioni perché interventi successivi possano funzionare. La sfida è trasformare queste condizioni in azioni concrete prima che la filiera perda ulteriore terreno. Per un quadro completo di questo prodotto, la guida alle scommesse sulle corse dei cavalli offre la prospettiva dell’utente finale.
