Riforma delle Aliquote Ippiche: Cosa Cambia per gli Scommettitori

Ippodromo italiano con tribune vuote e pista di trotto vista dall'alto

Caricamento...

Gennaio 2026: il prelievo sulle scommesse ippiche a quota fissa scende dal 5,27% al 2,05%. Sulla carta, una rivoluzione. Nella realtà? Una riforma che ha ridistribuito i soldi all’interno del sistema senza che lo scommettitore medio abbia notato la differenza sul proprio conto. Ma per chi vuole capire davvero come funziona il mercato delle scommesse ippiche in Italia – e perché è in crisi – questa riforma è una lente d’ingrandimento sui meccanismi che determinano quanto guadagni, quanto perde lo Stato, e quanto resta alla filiera che tiene in vita le corse dei cavalli.

Impatto delle Nuove Aliquote al 2,05% sulla Quota Fissa

Ricordo il giorno in cui la notizia è uscita. Ero a un caffè con un allevatore veneto che segue il trotto da quarant’anni, e la sua reazione è stata: “Bene, ma a chi vanno i soldi risparmiati?” Una domanda che centra il punto più di qualsiasi analisi tecnica.

La riforma ha ridotto il prelievo sulla quota fissa dal 5,27% al 2,05% – un taglio di oltre il 60%. L’obiettivo dichiarato era stimolare la raccolta: con un prelievo più basso, i bookmaker avrebbero potuto offrire quote più competitive, attirando più scommettitori e aumentando i volumi. Più volume avrebbe compensato la riduzione dell’aliquota, generando alla fine un gettito uguale o superiore.

L’erario ha registrato una perdita di 5,8 milioni di euro rispetto all’anno precedente a causa della riforma. Non è una cifra catastrofica in termini assoluti, ma indica che la raccolta non è cresciuta abbastanza da compensare il taglio dell’aliquota. Mario Lollobrigida dell’ADM lo ha ammesso senza giri di parole: i risultati non sono stati quelli attesi, con la speranza che i concessionari rispondessero in modo diverso alla riduzione del prelievo.

Per lo scommettitore, l’impatto diretto è stato minimo. Le quote non sono migliorate in modo percepibile – o meglio, il miglioramento è stato assorbito dal margine dei bookmaker piuttosto che trasferito al giocatore. È una dinamica che chi opera nel settore conosce bene: quando il prelievo scende, il bookmaker ha un margine di manovra maggiore, ma non è obbligato a restituirlo sotto forma di quote più alte.

L’impatto sulla filiera: meno fondi per ippica e allevamento

Qui il quadro diventa serio. La filiera ippica italiana nel 2025 ha ricevuto appena 10,3 milioni di euro dai proventi delle scommesse – 11,6 milioni in meno rispetto al 2024. Per capire cosa significa: quei soldi finanziano i montepremi delle corse, gli allevamenti, la manutenzione degli ippodromi, i veterinari, i fantini. È il sangue economico dell’ippica italiana.

Giorgio Sandi, presidente di Ippica Nuova, non ha usato mezzi termini: l’ippica italiana senza proventi è destinata a sparire. Non è retorica – sono i numeri a parlare. Nei primi sei mesi del 2025, la quota fissa ha generato 244,4 milioni di euro di raccolta, ma la filiera ha ricevuto solo il 2% di quella cifra, ovvero 4,9 milioni. Il totalizzatore, nello stesso periodo, ha raccolto 32,8 milioni, destinando alla filiera il 13%, cioè 4,3 milioni. Il totalizzatore raccoglie un settimo della quota fissa, ma restituisce alla filiera una quota quasi identica in valore assoluto.

Il paradosso è evidente: la quota fissa domina il mercato in termini di volume, ma alimenta la filiera in modo marginale. Il totalizzatore, residuale come canale di raccolta, è proporzionalmente molto più generoso verso l’ecosistema ippico. La riforma del 2025 ha accentuato questo squilibrio, perché il taglio dell’aliquota ha riguardato proprio la quota fissa.

Nel frattempo, il margine residuo per i concessionari è cresciuto del 35%, passando da 40,9 milioni nel 2024 a 55,2 milioni nel 2025. I bookmaker hanno beneficiato della riduzione del prelievo in modo diretto e misurabile. La filiera no. Lo scommettitore nemmeno. È la fotografia di una riforma che ha redistribuito risorse dal pubblico al privato senza attivare la crescita sperata della raccolta.

Italia vs Francia: il divario del prelievo nel contesto europeo

Per mettere in prospettiva la situazione italiana, basta guardare oltralpe. In Francia, il prelievo sulla vincente al totalizzatore è del 15,05%. In Italia oscilla tra il 25% e il 29%. Per le scommesse combinate – Trio, Tris, Quarté, Quinté – il divario è ancora più marcato: 35-43% in Italia contro 31-35% in Francia.

Cosa significa in pratica? Che su una stessa corsa, con un identico volume di scommesse, il montepremi distribuito ai vincitori in Italia è strutturalmente inferiore a quello francese. Lo scommettitore italiano parte svantaggiato, e la filiera ippica italiana riceve comunque meno di quella francese nonostante il prelievo più alto, perché i volumi di raccolta sono incomparabilmente più bassi.

Il PMU francese gestisce un montepremi annuale che supera i 10 miliardi di euro. L’Italia, con la sua raccolta ippica di circa 523 milioni, gioca in un campionato diverso. Ma la differenza non è solo di scala: è di modello. La Francia ha un monopolio del totalizzatore che concentra i flussi e massimizza il ritorno alla filiera. L’Italia ha un sistema liberalizzato dove la quota fissa domina, il totalizzatore è marginale, e il legame tra scommesse e finanziamento dell’ippica si è progressivamente indebolito.

La riforma del 2025 non ha affrontato questo divario strutturale. Ha agito sulla leva fiscale senza toccare il modello di distribuzione. Il risultato è che l’Italia ha un prelievo al totalizzatore tra i più alti d’Europa, una quota fissa tra le meno tassate, e una filiera che non riesce a finanziarsi con nessuno dei due canali. Per un quadro completo di come questo impatta le quote che trovi dal bookmaker, la guida su quota fissa e totalizzatore entra nel dettaglio delle differenze operative tra i due sistemi.

Il sottosegretario La Pietra, con delega all’ippica, ha dichiarato l’ingresso nella fase attuativa del percorso di riforma dell’ippica. È una promessa di continuità, ma la direzione resta da definire. La domanda che ogni scommettitore dovrebbe porsi non è se la riforma funzionerà, ma quanto del suo impatto arriverà effettivamente alle quote che trova sul coupon e al sistema che garantisce la qualità delle corse su cui scommette.

La riduzione del prelievo ha effettivamente aumentato le scommesse ippiche?

No, non nella misura attesa. La raccolta complessiva delle scommesse ippiche nel 2025 ha superato i 523 milioni di euro, ma l"incremento non è stato sufficiente a compensare la riduzione dell"aliquota. L"erario ha perso 5,8 milioni rispetto all"anno precedente. Il margine aggiuntivo creato dal taglio del prelievo è stato in gran parte assorbito dai concessionari, che hanno visto il proprio margine crescere del 35%, senza un proporzionale miglioramento delle quote offerte allo scommettitore.

Come viene finanziata la filiera ippica dopo la riforma 2025?

La filiera ippica si finanzia attraverso una quota del prelievo sulle scommesse ippiche, fondi pubblici stanziati dal MASAF e altre entrate minori. Dopo la riforma 2025, la quota proveniente dalle scommesse a quota fissa si è drasticamente ridotta: la filiera ha ricevuto 10,3 milioni di euro nel 2025, 11,6 milioni in meno rispetto al 2024. Il totalizzatore contribuisce proporzionalmente di più, ma i suoi volumi sono limitati. Il dibattito in corso riguarda la possibilità di nuovi modelli di scommessa e di redistribuzione per garantire la sostenibilità economica dell"intera filiera.